Parco degli Acquedotti

Con una portata di tredici metri cubi d’acqua al secondo, la Roma Imperiale godeva di un consumo idrico da grande metropoli, una diffusione capillare ed uno sfoggio di abbeveratoi, mostre, arcate e condutture modernissimi. Mai come davanti ai resti di un acquedotto si comprende l’abilità costruttiva dei romani. Quegli archi non assomigliano anche ai ponti e alle mille finestre del Tabularium o del Colosseo? E quei muri di laterizi non hanno forse la stessa maestà di ciò che è sopravvissuto ai secoli sul Palatino? Non c’è a Roma luogo migliore per porgersi queste domande del Parco degli Acquedotti, dove gli spettri di ben sette degli undici acquedotti che rifornivano la città imperiale pascolano pigramente tra l’Appia Nuova e la Tuscolana. Camminando per decine di chilometri si arrivava lungo la traiettoria fra Capannelle e Porta Maggiore per poi giungere nel cuore della città, facendone esplodere la potenza compressa in enormi fontane, le “mostre”.

Per l’acqua, fin dal terzo secolo prima della nascita di Cristo, si erano occupati ingegneri, architetti, politici e cittadini. E ad essa avevano dedicato ogni priorità, dando vita a opere dalla tecnologia avanzatissima per l’epoca, in grado di sostenere la richiesta continua d’acqua che la civilizzazione sempre crescente imponeva. Gli acquedotti attingevano soprattutto dal fiume Aniene, poi si lanciavano al galoppo verso la città, dove oltrepassavano strade e quartiere, riempiendo cisterne e depositi. Oggi, anche se sono dismessi, hanno mantenuto le forme longilinee e scattanti dei cavalli di razza, o meglio di una mandria a riposo, mentre si gode il sole nell’erba. Questo è il quadro che si presenta ai visitatori del parco. Per completare il quadro mancherebbero delle mucche dalle corna lunghe, qualche pecora ed il quadro ottocentesco sarebbe perfetto.

L’Anio Novus, l’Anio Vetus (in gran parte sotterraneo), l’Acquedotto Claudio, l’Aqua Tepula, la Iulia, l’Acquedotto Marcio (che poi venne chiamato Felice, da Papa Sisto V, al secolo Felice Peretti) da cui partiva quello Antoniniano per andare ad alimentare le Terme di Caracalla: distinguerli l’uno dall’altro mano mano che s’incontrano, che si scorgono in lontananza non è un’operazione facile, anzi richiederebbe alcune competenze per riconoscere i periodi semplicemente osservando le opere murarie. Le arcate corrono parallele, in alcuni tratti si sovrappongono o si sdoppiano. Nel Parco degli Acquedotti si entra da Viale Appio Claudio, da Circonvallazione Tuscolana e da Via Lemonia.

Ogni volta che si fa una passeggiata in un parco così grande o anche in una villa come può essere Villa Pamphili, Villa Borghese, o anche il Parco della Caffarella si resterà stupefatti nel vedere i ruderi che ci sono nel parco. Vedere gli archi presenti nel Parco degli Acquedotti, si ha un pò come l’idea di vedere il Colosseo “srotolato”.

Buona passeggiata!

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