La basilica sotterranea di Porta Maggiore

La basilica sotterranea di Porta Maggiore

Piazzale Labicano, dove, proprio di fronte a Porta Maggiore, s’incontrano la Via Prenestina e la Via Casilina, sembrerebbe l’ultimo dei posti in grado di riservare sorprese, travolto com’è da mostruosi flussi di traffico e schiacciato dalle massicce strutture dello Scalo ferroviario di San Lorenzo.

Invece proprio sul piazzale, al civico 17 di via Prenestina, i brutti muraglioni a sostegno della massicciata nascondono in un angolo l’accesso a una chicca riservata a pochi: la cosiddetta Basilica Neopitagorica, meglio nota come Basilica sotterranea di Porta Maggiore. Una scoperta fortuita di poco più di un secolo fa (23 apri le 1917), legata a un cedimento del terreno mentre si lavorava alla linea ferroviaria Roma-Cassino-Napoli. Indagando sulle cause del crollo vennero fuori prima un pozzetto e poi, nella generale meraviglia, la volta di una basilica. Non si trattava di un complesso seppellito nel tempo dalle stratificazioni urbane, ma di una struttura concepita per essere sotterranea, come dimostra lo sviluppo della basilica, che è interamente sotto il piano dell’antica via Prenestina. E nemmeno si parla di un complesso di poco conto, viste le dimensioni ragguardevoli. Alla fine di un lungo corridoio e superato un ampio vestibolo nel quale si apre l’unico lucernario della basilica, con un profondo pozzetto al centro, ci si trova in un aula absidata a tre navate di 12 metri per 9, alta 7. Un’aula riccamente decorata con stucchi policromi, cosi come il vestibolo, dedicati ai temi e ai personaggi più disparati: tra gli altri Saffo, Faone, Apollo e Leucotea; Giove e Ganimede; Medea e il drago; Itigenia e Calcante; Orfeo ed Euridice; Castore e Polluce che rapiscono le Leucippidi; Mercurio; un rarissimo incontro tra Ercole e Minerva; Medusa; Ulisse ed Elena; i Lapiti; gli Arimaspi in lotta con i grifoni; l’Ade; persino i Pigmei. Una ben curiosa collezione di stucchi, la più ampia e antica tramandataci, sulla quale gli studiosi iniziarono a discettare, concordando però sulla datazione della struttura, che fu fatta risalire ai primi decenni del 1 secolo.

L’ipotesi di uno dei tanti mitrei che in quel periodo proliferavano a Roma fu scartata per l’assenza dei classici elementi strutturali e figurativi legati al Dio Mitra. Toccò a un professore di storia romana della Sorbona, Jérôme Carcopino, formulare l’ipotesi vincente grazie a una citazione di Plinio il Vecchio sul mito di Saffo suicida perché non corrisposta da Faone, mito raffigurato nell’abside e caro ai neopitagorici. In quella basilica si radunavano proprio gli esponenti di quella setta. Prova ulteriore sarebbe il fatto che i due stucchi principali, raffiguranti l’ascesa di Ganimede e il suicidio di Saffo, non sarebbero altro che testimonianze di due punti centrali di quella dottrina: l’immortalità e la rinascita dell’anima umana. La teoria di Carcopino ha goduto grande e unanime fortuna fino ai tempi recenti, al punto da giustificare studi psicoanalitici come quello pubblicato da Aldo Caro tenuto nel 1971, ma poi si è cominciato a riconsiderare il Tutto e a ipotizzare che l’intero complesso non rappresenti altro che una ricca e meravigliosa tomba di famiglia.

Segnatamente della gens Statilia, di origini non nobili ma presto divenuta ricca e potente, che nella zona aveva ampi possedimenti, testimoniati anche dai quattro sepoleri ritrovati due anni prima della basilica sotterranea, all’incrocio tra via Statilia e via di Santa Croce in Gerusalemme, all’esterno di Villa Wolkonsky. Possedimenti, soprattutto i meravigliosi Horti Tauriani che dall’Esquilino si allungavano verso est, capaci di attirare l’attenzione della terribile Agrippina minore, la madre di Nerone. Per impadronirsene accusò di superstizione, stregoneria e pratiche magiche Tito Statilio Tauro Corvino e per farlo prese a pretesto proprio la basilica sotterranea e i culti misterici. L’ex console si uccise prima di essere processato davanti al Senato, Agrippina incamerò gli Horti, il figlio Nerone si tolse lo sfizio di sposare la figlia di Corvino, Statilia Messalina. La basilica fu chiusa e interrata come atto preliminare della damnatio memoriae. Un’operazione che l’ha preservata per quasi due millenni.

Fin dalla “riscoperta” la basilica è stata oggetto di continui interventi di consolidamento e restauro, compreso nel 1951 l’inscatolamento dell’intera struttura in una gabbia di cemento armato e lastre di piombo per minimizzare gli effetti del traffico ferroviario. Nonostante le centinaia di migliaia di euro spesi, lo stato di salute desta ancora preoccupazioni – le ultime per via di muffe e parassiti sugli stucchi – per cui i complicati e laboriosi lavori di restauro e consolidamento impongono aperture con il contagocce (solitamente due giorni al mese, su prenotazione) intervallate da lunghi periodi di chiusura.

Indicazioni:

Porta Maggiore, una delle più antiche aree di congestione del traffico romano, è ben servita dal trasporto pubblico. La fermata Manzoni della linea A della metropolitana è vicina, così come la linea Roma Giardinetti e le linee tram viarie 2, 3, 5, 14, 19. Per visitare la Basilica sotterranea, in via Prenestina 17, riaperta a settembre 2019 anche se i lavori di consolidamento e restauro sono tuttora in corso, per visitarla occorre contattare Coop Culture (http://www.coopculture.it), che organizza le visite guidate.

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