Il presepe napoletano tra magia e storia

Il presepe napoletano tra magia e storia

L’arte presepiale napoletana si è mantenuta tutt’oggi inalterata per secoli, divenendo parte delle tradizioni natalizie più consolidate e seguite della città. Famosa a Napoli, infatti, è la nota via dei presepi (via san Gregorio Armeno) che offre una vetrina di tutto l’artigianato locale riguardante il presepe. Inoltre, numerosi sono i musei cittadini e non (come il museo di San Martino o la reggia di Caserta) nei quali sono esposti storici pezzi o intere scene che ambientati durante la nascita di Gesù.

Il presepe napoletano è un’arte riconosciuta in tutto il mondo: basta solo affacciarsi per San Gregorio Armeno, la via dei fabbricanti di pastori, per capire la vastità del ‘culto’. Perché di vero e proprio culto si tratta. Una fede, quella presepiale, talmente profonda e complessa da superare di gran lunga la tradizione cristiana a cui si ispira: ogni singola statuina, ogni decoro, ogni luogo mostrato su un presepe tradizionale nasconde una simbologia che porta ad un livello più alto la semplice raffigurazione della Sacra Famiglia.

Origini

La prima menzione di un presepio a Napoli compare in un istrumento, cioè un atto notarile, del 1021, in cui viene citata la chiesa di Santa Maria “ad praesepe” (Luigi Correra, Il presepe a Napoli, fasc. IV, pag. 325, Università degli Studi di Palermo). In un testo del 1324 si fa riferimento ad una “cappella del presepe di casa d’Alagni” ad Amalfi (Stefano de Caro et al., Patrimoni intangibili dell’umanità. Il distretto culturale del presepe a Napoli, Guida editore). Nel 1340 la regina Sancia d’Aragona (moglie di Roberto d’Angiò) regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa, di cui oggi è rimasta la statua della Madonna nel museo nazionale di San Martino. Uno dei più limpidi esempi di presepe napoletano è dato dalla manifattura in terracotta con pezzi risalenti al XVIII secolo che si trova nella sala Ellittica della Reggia di Caserta. Si tratta dell’allestimento ex novo, compiuto nel 1988, di quello che fu il presepe di Corte.

Per la sua realizzazione sono stati utilizzati gli stessi materiali in uso all’epoca. Nella tradizione di Corte, le figurine erano poste sul cosiddetto scoglio, una struttura di base in sughero sulla quale venivano organizzate scenograficamente le diverse scene della raffigurazione della Natività: l’Annuncio ai pastori, l’Osteria, il viaggio dei Re Magi, le scene corali con pastori e greggi. I sovrani borbonici fecero allestire l’ultimo loro presepe nella Sala della Racchetta facendo affrescare il soffitto a simulazione della volta celeste. Altri esempi risalgono al 1478, con un presepe di Pietro e Giovanni Alemanno di cui ci sono giunte dodici statue, e la Natività di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, visibile a Sant’Anna dei Lombardi. Nel XV secolo si hanno i primi veri e propri scultori di figure. Tra questi sono da menzionare in particolare i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno che nel 1470 crearono le sculture lignee per la rappresentazione della Natività. Nel 1507 il lombardo Pietro Belverte scolpì a Napoli 28 statue per i frati della chiesa di San Domenico Maggiore. Per la prima volta il presepio fu ambientato in una grotta di pietre vere, forse venute dalla Palestina, ed arricchito con una taverna. Nel 1532 secolo registrò delle novità: Domenico Impicciati fu probabilmente il primo a realizzare delle statuine in terracotta ad uso privato. Uno dei personaggi, altra novità, prese le sembianze del committente, il nobile di Sorrento, Matteo Mastrogiudice della corte aragonese.

Nel 1534 arrivò a Napoli san Gaetano da Thiene che aveva già dato prova di grande amore per il presepio nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. L’abilità di Gaetano accrebbe la popolarità del presepio e particolarmente apprezzato fu quello costruito nell’ospedale degli Incurabili. Ed è proprio san Gaetano da Thiene che viene indicato come l'”inventore” del presepe napoletano e come colui che diede inizio alla tradizione di allestire il presepe nelle chiese e nelle case private in occasione del Natale. Si deve ai sacerdoti scolopi, nel primo ventennio del Seicento, il presepio barocco. Le statuine furono sostituite da manichini snodabili di legno, rivestiti di stoffe o di abiti. I primissimi manichini napoletani erano a grandezza umana per poi ridursi attorno ai settanta centimetri. Il presepio più famoso fu realizzato nel 1627 dagli Scolopi alla duchessa. La chiesa degli scolopi lo smontava ogni anno per rimontarlo il Natale successivo: anche questa fu un’innovazione perché fino ad allora i presepi erano fissi.

Nel 1640, grazie a Michele Perrone, i manichini conservarono testa ed arti di legno, ma furono realizzati con un’anima in filo di ferro rivestito di stoppa che consentì alle statue di assumere pose più plastiche. Verso la fine del Seicento nacque la teatralità del presepio napoletano, arricchita dalla tendenza a mescolare il sacro con il profano, a rappresentare in ogni arte la quotidianità che animava piazzette, vie e vicoli. Apparvero nel presepio statue di personaggi del popolo come i nani, le donne con il gozzo, i pezzenti, i tavernari, gli osti, i ciabattini, ovvero la rappresentazione degli umili e dei derelitti: le persone tra le quali Gesù nasce. Particolarmente significativa fu l’aggiunta dei resti di templi greci e romani per sottolineare il trionfo del cristianesimo sorto sulle rovine del paganesimo, secondo un’iconografia già ben radicata in pittura.

L’età d’oro

Nel Settecento il presepio napoletano visse la sua stagione d’oro, uscendo dalle chiese dove era oggetto di devozione religiosa per entrare nelle dimore dell’aristocrazia. Nobili e ricchi borghesi gareggiarono per allestire impianti scenografici sempre più ricercati. Giuseppe Sanmartino, forse il più grande scultore napoletano del Settecento, fu abilissimo a plasmare figure in terracotta e diede inizio ad una vera scuola di artisti del presepio. La scena si sposta sempre più al di fuori del gruppo della sacra famiglia e più laicamente s’interessa dei pastori, dei venditori ambulanti, dei re Magi, dell’anatomia degli animali. Benché Luigi Vanvitelli definì l’arte presepiale “una ragazzata”, tutti i grandi scultori dell’epoca si cimentarono in essa fino all’Ottocento inoltrato.

Goethe descrive il presepe italiano nel suo Viaggio in Italia del 1787:

« Ecco il momento di accennare ad un altro svago che è caratteristico dei napoletani, il Presepe […] Si costruisce un leggero palchetto a forma di capanna, tutto adorno di alberi e di alberelli sempre verdi; e lì ci si mette la Madonna, il Bambino Gesù e tutti i personaggi, compresi quelli che si librano in aria, sontuosamente vestiti per la festa […]. Ma ciò che conferisce a tutto lo spettacolo una nota di grazia incomparabile è lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni. »

Una delle collezioni più ricche e più grandi di presepi nel mondo si trova nel Museo Nazionale Bavarese (Bayerisches Nationalmuseum) a Monaco di Baviera. La maggior parte della collezione è arrivata al museo dalla collezione privata di Max Schmederer. Ma il Museo della Certosa di San Martino è certamente il punto di riferimento per gli studi sul presepe Napoletano, oltre ai ricchi presepi ancora conservati integri a Napoli e altrove. Forse il più celebre e acclamato esempio di presepe napoletano è il presepe Cuciniello realizzato tra il 1887 e il 1889 ed esposto a San Martino; un altro celeberrimo, esposto talvolta a palazzo reale, è il Presepe del Banco di Napoli che possiede anche statuine realizzate nel Settecento da Lorenzo Mosca.

Personaggi tipici del presepe napoletano

Benino

Messo spesso in un angolino, appoggiato sul primo sasso di sughero o su un letto di paglia, Benino è, probabilmente, la figura più importante di tutto il presepe. Le leggenda vuole che l’intera rappresentazione sia, in realtà, un sogno del pastorello dormiente: una realtà messa in scena anche nella “Cantata dei Pastori”, quando Benino si sveglia e racconta di aver sognato la nascita del Bambin Gesù. La posizione esatta per il nostro addormentato sarebbe, quindi, in cima al presepe dal momento che da lui dovrebbe discendere ogni personaggio ed ogni luogo allegorico mostrato. C’è altro però. Su un piano molto più simbolico Benino rappresenta l’intera umanità, dormiente e pigra di fronte al divino. La nostra specie è in grado di avvicinarsi all’eternità solo nei sogni, quando è inconsapevole e libera dagli schemi logici che la vincolano ai piaceri materiali.

Benino, una delle principali figure del presepe napoletano.

Il Pastore della Meraviglia

Semplicemente noto come “‘a Meraviglia” questo pastore rappresenta l’esatto opposto di Benino. Il giovane è generalmente posizionato in prossimità della Grotta ed a braccia e bocca spalancate assiste con stupore alla nascita di Gesù. In lui c’è tutta la meraviglia della scoperta del divino, l’incontenibile sorpresa dell’uomo che viene in contatto con qualcosa di così immenso. Per alcuni sarebbe lo stesso Benino ‘risvegliato’ nel suo stesso sogno.

Locanda e Locandiere

Secondo i Vangeli, quando Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme chiesero ospitalità in parecchie locande e taverne, ma vennero scacciati in malo modo. Al tempo della creazione del presepe napoletano, nel XVIII sec., questi luoghi erano ricettacoli di prostituzione, gioco d’azzardo ed affari poco legali. Non stupisce quindi che posta all’estremità della composizione la locanda rappresenti i peccati degli uomini.

Lavandaia

Seduta avanti ai suoi secchi mentre lava panni bianchi la lavandaia mostra, in realtà, uno dei dogmi più importanti della Chiesa Cattolica: la verginità di Maria. Quegli stracci candidi, infatti, sono quelli usati dalla Madonna per il parto e nella composizione sono la prova evidente della nascita di Gesù da madre vergine.

Il Fiume

Quasi 3.000 anni fa il filosofo Eraclito associava al fiume il concetto del “panta rei” (tutto scorre). Il corso d’acqua che immancabilmente attraversa il presepe richiama proprio questo antichissimo concetto. Il fiume è il tempo: Passato, Presente e Futuro. Inoltre, l’acqua richiama il liquido amniotico, quindi il parto della Madonna, e la nascita della vita.

Il Cacciatore ed il Pescatore

Collegati direttamente al fiume: il cacciatore è nella parte alta del corso d’acqua, il pescatore nella parte bassa. Il primo, con un anacronistico fucile da caccia, rappresenta la morte. Il secondo la vita, o, per meglio dire, la rinascita. Vita eterna ed immortalità sono associate spesso alla figura dei pesci: lo stesso Cristo, ai tempi delle persecuzioni ai cristiani, veniva indicato “in codice” con il simbolo di un pesce. A conferma di questa simbologia Gesù viene anche definito “pescatore d’anime” per come ha preso gli uomini dagli abissi del peccato riportandoli alla luce.

Il Pozzo

Restando in tema, anche il pozzo è un simbolo estremamente negativo: rappresenta per alcuni la bocca dell’Inferno, per altri semplicemente l’oscurità in cui ogni uomo può cadere nonostante la salvezza offerta da Dio.

I Mendicanti

Zoppi, ciechi o trasandati i mendicanti non dovrebbero mai mancare su un presepe. Essi rappresentano le anime del Purgatorio che chiedono preghiere ai vivi. Nelle festività, specialmente a Natale, nessuno dovrebbe dimenticare una preghiera per le “anime pezzentelle”.

La Zingara

La zingara è un pastore particolare: se consideriamo la religione non dovrebbe neanche esserci visto che stregoneria o astrologia sono arti particolarmente osteggiate dalla dottrina cristiana. Eppure anche questo personaggio tanto fuori luogo ha il suo scopo ben preciso. La donna porta in mano dei chiodi ad indicare il futuro del piccolo nascituro: la Crocifissione. Un personaggio negativo quindi? Non proprio se consideriamo che è proprio nel supplizio del croce che si realizza la salvezza offerta da Gesù. Altre volte, invece, viene rappresentata solo con un infante in braccio. In questo caso simboleggia la condizione di Maria dopo la persecuzione di Erode. In quel contesto infatti la Madonna fu costretta a vagabondare col suo bambino per evitare che venisse ucciso, proprio come una zingara.

La zingara

Pastori e Pecore

In questo caso l’allegoria è evidente: le pecore rappresentano il “gregge” dei fedeli che incontra Dio grazie alla guida avveduta dei pastori, i sacerdoti.

Bue ed Asinello

Neanche i nostri principali animali sono lì per caso. Secondo la tradizione il bue e l’asinello riscaldarono con il loro fiato la mangiatoia in cui venne riposto Gesù, ma a livello allegorico rappresentano molto altro. Sono il Bene e il Male: il primo rappresentato dal bue, il secondo dall’asino. Non sono due forze in contrasto, ma bilanciate fra di loro danno ordine al mondo intero come nella filosofia orientale lo yin e lo yang rappresentano l’equilibrio perfetto.

I Venditori

I vari venditori raffigurati, dal fruttivendolo al macellaio, sono dodici in tutto e non a caso visto che rappresentano i mesi dell’anno.

I Re Magi

Anche i Re Magi, nell’allegoria del presepe, rappresentano lo scorrere del tempo come il fiume ed i venditori. In questo caso, essendo tre, mostrano le tre fasi del giorno: mattina, mezzogiorno e sera. Tutti modi per raffigurare il momento esatto in cui il mondo ed il tempo si fermarono per la nascita del figlio di Dio.

Fonte: “Il Presepe Popolare Napoletano” di Roberdo De Simone; “Il Simbolismo del Presepe Napoletano” di Luca Zolli; Magia e segreti del presepe napoletano: il vero significato dei pastori di Domenico Ascione.

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