In Italia l’accessibilità è un diritto riconosciuto dalla legge, ma la distanza tra le norme e la quotidianità resta ampia. Dati, buone pratiche e casi reali mostrano un Paese che si muove a due velocità.

Un diritto sancito, ma ancora incompiuto

Rampe troppo ripide, ascensori guasti, sportelli irraggiungibili o siti internet che non funzionano con gli screen reader per non vedenti: per molte persone con disabilità, accedere a un ufficio pubblico italiano è ancora un percorso a ostacoli.

Eppure il quadro normativo è chiaro da decenni. La Legge n. 13 del 1989 e il D.P.R. 503 del 1996 impongono l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici pubblici. Sul fronte digitale, la Legge 4/2004 (Legge Stanca) e la recente recezione da parte dell’Italia della Direttiva europea sull’accessibilità fissano standard precisi per siti e app della Pubblica Amministrazione. In teoria, dunque, ogni cittadino dovrebbe poter accedere a servizi e informazioni senza ostacoli. In pratica, però, la situazione resta disomogenea e spesso insoddisfacente.

I numeri dell’accessibilità: passi avanti, ma non per tutti

Secondo il monitoraggio AgID, aggiornato a gennaio 2025, risultano pubblicate 65.681 dichiarazioni di accessibilità relative ai siti istituzionali italiani: un balzo notevole rispetto agli anni precedenti. Questi documenti — obbligatori per ogni ente — attestano il grado di conformità dei portali ai criteri internazionali (WCAG) e rappresentano un indicatore importante di trasparenza.

Nella realtà, invece, l’avanzamento è più lento. Secondo il Consiglio Nazionale degli Ingegneri, nel 2024 erano stati censiti circa 4.800 PEBA (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), ma molti di questi restano solo sulla carta. L’applicazione è molto disomogenea: alcune grandi città hanno avviato interventi strutturali, mentre molti piccoli comuni non hanno ancora completato la mappatura degli ostacoli. Un’accelerazione è arrivata grazie ai fondi del PNRR, che finanziano progetti di inclusione e miglioramento dei servizi pubblici, ma la distanza territoriale resta forte.

Buone pratiche: quando la legge diventa realtà

Non mancano però esempi virtuosi.

Il Comune di Bologna ha presentato nel 2025 il suo PEBA aggiornato, con una mappatura completa degli edifici e un piano di lavori pluriennale.
Anche l’Università di Parma, attraverso il suo Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC), ha realizzato interventi concreti per rendere accessibili gli spazi espositivi e archivistici.
Sul fronte digitale, Milano ha inserito l’accessibilità tra i temi centrali della Milano Digital Week, lavorando per rendere i portali comunali e i servizi online utilizzabili da tutti.
Sono esempi che mostrano come la volontà politica, unita a una pianificazione tecnica efficace, possa davvero fare la differenza.

Le ombre: barriere invisibili e discriminazioni

Dove invece i piani non diventano azione, emergono contenziosi e disuguaglianze.
Numerosi casi di discriminazione sono stati denunciati negli ultimi anni da associazioni di categoria e cittadini, sia per edifici pubblici inaccessibili sia per portali istituzionali non conformi. Le barriere sensoriali — come l’assenza di segnaletica tattile o di interpreti LIS — e le barriere digitali restano tra gli ostacoli più diffusi. Anche la formazione del personale, spesso non adeguata, può trasformarsi in una barriera comunicativa.

Accessibilità come cultura, non solo obbligo

Negli ultimi anni si è affermata una nuova consapevolezza: l’accessibilità non è solo un dovere tecnico o giuridico, ma un valore culturale. Come ha ricordato l’Autorità Garante per le persone con disabilità, istituita nel 2023, “l’accessibilità non è una concessione, ma una condizione per l’esercizio dei diritti di cittadinanza”. Garantire l’accesso ai servizi significa riconoscere la piena partecipazione di ogni individuo alla vita della comunità. Non si tratta quindi solo di rampe o ascensori, ma di pari dignità.

Cosa serve davvero

Perché il diritto diventi realtà, gli esperti individuano alcune priorità:

  1. Completare i PEBA e aggiornare le mappature comunali.
  2. Assicurare che ogni sito pubblico rispetti gli standard di accessibilità e pubblichi la propria dichiarazione aggiornata.
  3. Investire in formazione del personale e comunicazione inclusiva.
  4. Utilizzare i fondi PNRR per adeguamenti concreti e non solo per progetti pilota.
  5. Creare un monitoraggio pubblico e trasparente sugli interventi effettuati.

Un Paese a due velocità

L’Italia del 2025 si presenta così: da un lato, un numero crescente di enti che investono sull’inclusione e pubblicano i propri dati in modo trasparente; dall’altro, una miriade di uffici pubblici che restano inaccessibili o che ignorano ancora le regole.
Il progresso è evidente, ma la distanza tra la norma e la vita reale è ancora troppo ampia. Finché salire una scala o navigare un sito istituzionale resterà un ostacolo per qualcuno, il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione non potrà dirsi pienamente rispettato.

Fonti principali:

  • AgID, Monitoraggio dichiarazioni di accessibilità, report gennaio 2025
  • Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Tavolo tecnico PEBA, 2024
  • Italia Domani – PNRR, Misura Citizen Inclusion, 2024
  • ISTAT, Rapporto sulle istituzioni pubbliche, 2024
  • Comuni di Bologna e Milano, documentazione ufficiale 2024–2025
  • Università di Parma – CSAC, Progetto PEBA e accessibilità culturale, 2024